Calze, collant e altro ancora.

Breve storia di un piccolo tormento

di Shisha

All’inizio erano i calzettoni dell’infanzia, al ginocchio o alla caviglia, con conseguenti gambe livide di freddo, in piena parità tra maschietti e femminucce. Poi, per i maschi arrivavano i pantaloni lunghi e per le femmine le calze di nylon, le Colonne d’Ercole tra l’infanzia e l’adolescenza.
Peccato, però, che le mamme non sincronizzassero gli orologi su questo momento, sicché capitava che, tra compagne di classe, alcune portassero ancora con una certa vergogna la mise infantile, mentre altre esibivano con sussiego il loro essere già “signorine”. 

 Già... le calze, quelle che si tenevano su con il reggicalze, quell’oggetto tormentoso che tanto piaceva (e ancora piace) ai maschi. Mia madre tendeva a dare per scontate le cose, sicché, venuto il momento, mi comprò l’attrezzatura e me la consegnò senza un soldo di spiegazione. Io, che probabilmente ero un po’ ottusa, l’indossai, non senza difficoltà, facendo passare gli elastici sopra gli slip. Inutile scendere nei particolari delle evoluzioni da circo che dovevo fare per andare al bagno. Probabilmente, poi, qualche compagna mi spiegò l’arcano.

Il reggicalze
Per mia fortuna generazionale, la cosa durò poco: erano in arrivo i collant, con enorme sollievo da parte nostra e grande disappunto maschile, non si sa bene se come causa o come effetto delle minigonne.

I collant!
I primi collant erano solo quelli velati,
con la conseguenza che, come le calze, tendevano a sfilarsi con una certa facilità e ti facevano gelare le gambe con il freddo. Poi moda e tecnologia ci furono benigne: arrivarono i collant in filanca, microfibra, di tutti i colori immaginabili, diverse pesantezze (dal velo alla corazza) e la vita divenne facile. Per voi.

Non per me, che, nonostante grande applicazione e attenzione, non sono mai riuscita a evitare l’effetto tortiglione, ovvero, la calza rigirata su una gamba. Errore fatale. La volta successiva, quando tenevo in mano il collant steso per vedere quale fosse il davanti, mi ritrovavo un indumento da mostro, con un piede orientato verso il davanti e l’altro verso il  dietro: come può iniziare bene una giornata così?Non basta. Il mio folgorante amore per la scrittrice Anne Tyler nacque dalla prima pagina di Lezioni di respiro: «Un altro problema era che il cavallo del collant le era sceso fino a metà coscia, e quindi doveva fare dei passi innaturalmente corti, senza alzare troppo la gamba, come un giocattolo a molla che pedalasse lungo il marciapiede». Un’identificazione senza riserve. In seguito, il prodotto è migliorato, ma per lunghi anni non ho camminato con il mio passo normale. Poi: l’elastico in vita. Quello che ancora oggi mi provoca la sgradevole sensazione di indossare un cilicio medievale per espiare chissà quale colpa. E ancora: il colore, che pare perfetto alla luce artificiale del mattino, mentre mi vesto, si rivela assolutamente sbagliato appena esco, alla luce naturale. Infine, vorrei ricordare il numero esorbitante di collant NUOVI che ho irrimediabilmente smagliato all’atto dell’infilarli. Basta una cuticola, una piccola screpolatura alle mani e il gioco è fatto: dalla confezione alla pattumiera.

Autoreggenti
Poi è arrivata la stagione delle autoreggenti, eleganti, sexy, rapide da indossare. Ma anche loro si sono rivelate traditrici. Una sera me ne stavo in piedi, conversando nel bel mezzo di un aperitivo elegante, con i miei panni migliori addosso, ed ecco che sento un leggero sfioramento alla gamba. Sì, avete indovinato. Una delle due autoreggenti (nuove, di gran marca) non si è autoretta e si è afflosciata intorno alla mia caviglia. E lo stesso incidente è successo ad altre mie amiche, per cui adesso diffido ed evito.
Adesso basta. Se proprio non è un matrimonio o un ricevimento dalla regina Elisabetta, aggiro l’ostacolo. Calzini di cotone dentro lo stivale, con i pantaloni, leggins con gonne o maglioni ampi. Il problema del tortiglione si è risolto per sempre e la mattina mi vesto con serenità.