Come mi vesto?

di Shisha

Appartengo al genere “dietro liceo, davanti museo”. Dietro: sono piuttosto asciutta e la pratica sportiva indefessa ha lasciato il segno. Davanti: in autobus, i giovani beneducati mi cedono il posto. Il problema dunque è: come mi vesto? Attenzione, non è una domanda da condanna al giudizio senza appello di frivolezza e superficialità.

Mica ci perdo il sonno. Ma tant’è. Esaminiamo le alternative (e l’armadio possibile). Lo stile Jessica Rabbit, così comodo per saltare sul tram e fare la spesa al mercato, produrrebbe irrefrenabili attacchi di ilarità, non solo negli altri, ma anche in me stessa davanti allo specchio. Tailleur grigio con filo di perle? Lo facevo a trent’anni, per il gusto della mascherata, ma adesso non mi diverte più. Jeans, polo, sneakers? Un po’ suora laica, con tutto il rispetto, io non sono il genere. Stile elegante glamour da passerella milanese? Non ho voglia di perdere il tempo che servirebbe per adeguare il resto (faccia, capelli, accessori) a una mise così impegnativa e, men che meno, non ho voglia di essere brillante a tempo pieno. Neanche mi sento tanto in entrare nelle catene cheap in cui si veste mia figlia.

Anche perché, diciamocelo, non sono all’altezza, la mia faccia entra in rotta di collisione con ogni attaccapanni,il risultato sarebbe quello di un’attempata Lolita. Si aggiunga il fatto che, sebbene io non abbia “imbottiture”, gli abiti strizzati e i pantaloni a vita bassa sono comunque spietati: la mia pelle si è presa una bella vacanza ed è in stato di beato relax, sicché a ogni minima costrizione produce salsicce imbarazzanti e poco belle a vedersi. Al mattino, finisco per mettermi addosso quattro stracci vagamente stile teppista che, se non altro, esprimono e nutrono il mio malumore per la mancanza di alternative. L’abito fa il monaco.                         
                       
Così il mio sguardo vaga deluso da vetrina a vetrina. Non vedo niente che mi faccia scattare la scintilla del desiderio, che mi faccia dire “eureka!”. Il ridicolo è sempre in agguato, ma rifugiarsi nella tristezza non è una soluzione. Così, brillante gioco di parole, I’m looking for a look. Sto cercando uno stile che, probabilmente, ancora non  c’è, né velleitariamente “giovanile” (che aggettivo orribile!) né rinunciatario, da sorelle Materassi. Credo proprio, care bloomers, che ce lo dobbiamo inventare di sana pianta