Come tu mi vuoi (te lo scordi!)

di Paolo Prato

Quando ero bambina, a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60, le bimbe si definivano femminucce, portavano i vestitini a punto smoke e i codini. Le loro mamme portavano il tailleur o, in alternativa, i golfini Giulietta e Romeo (il termine twin set è nato dopo) con l’immancabile filo di perle e delle spaventose pettinature, che oggi darebbero l’impressione di stabili impalcature tricologiche. E questa inamovibilità dei capelli era ricercata: mia madre si aggirava per casa con la testa piena di enormi bigodini sui quali aveva arrotolato i capelli, previamente bagnati con la birra, per non farli muovere neppure con un vento di tempesta.
Dalle femminucce ci si aspettava che crescessero come le loro mamme, miti e aggraziate.

Mia madre si adeguava esteriormente all’immagine della donna imposta dall’epoca, ma, in realtà, non era mite, né, tanto meno, aggraziata: si inventava degli scherzi atroci, di cui, poi, rideva per mesi e prendeva in giro la gente, seppure con una certa classe. Forse per questo, già prima che facesse irruzione il ’68, non tolleravo i vestitini vezzosi e prendevo molto male le esortazioni a stare composta, a non fare giochi violenti, a non scalmanarmi, perché queste erano cose da maschiacci. Come! I maschi possono fare i giochi più divertenti e noi bambine, fermine e compostine, a giocare con le bambole, ad annoiarci? Mi sono anche resa subito conto che non era che io fossi un maschiaccio, ma che era proprio quell’idea di femminilità a essere sbagliata: infatti, tutte le bambine che venivano coinvolte nei miei giochi, tutte indubbiamente “femminucce”, si divertivano molto di più con me che a giocare con le bambole, tanto che io ero molto ricercata come compagna di scorrerie.

Poi sono arrivati, contemporaneamente, il ’68 e l’adolescenza. E, quindi, le minigonne e il desiderio di piacere. In pratica, io, profeta ancora inconsapevole del diritto alla naturalità, mi sono sottoposta a ogni genere di tortura. In ordine sparso: zeppe ai piedi, cosce all’aria con temperature glaciali, pantaloni a zampa di elefante tanto lunghi da inciamparci, minipull da rischio congestione, jeans a ingessatura da infilare con il calzascarpe...

Con la prima giovinezza, più per inclinazione che per ideologia, ho virato sul fricchettone, nettamente più confortevole. Successivamente, dopo qualche tentativo di darmi un tono e dimostrare, per lo meno, l’età che avevo, -naufragato con il barista che mi si è rivolto con un “ Che tte do, regazza bella?” - ho decisamente rinunciato all’orpello e ho sposato la filosofia della donna naturale, ossia quello che avevo sempre saputo e che, finalmente, mi si era chiaramente palesato: gli uomini, e, quindi, le culture, hanno sempre costruito un’immagine della femminilità che va dal tormento al fastidio: dai piedini storpiati delle cinesi al collo tutto ingabbiato in anelli rigidi delle africane; dai busti con le stecche ai tacchi a spillo. Non condividevo questa questa visione, non mi sembrava che essere femmina potesse consistere in tali stupidaggini.

L’esperienza mi ha anche insegnato che il maschio non è che ti trova meno desiderabile se non hai i tacchi a spillo o il baby doll di seta in pieno inverno, però si offende. Perché pensa che tu non sia disposta a patire pur di piacergli... e ha ragione: è proprio così. Però è lui che deve rendersi conto che non c’è motivo di soffrire per piacere, che dovrebbe essere più intrigato da un certo sguardo che dalle calze a rete e, se non è chiedere troppo, dalla tua conversazione, dalle tue battute, dalle tue esperienze, piuttosto che dalle unghie rosse da pantera.
E, se non lo capisce, meglio perso che trovato. Ho poi, però, anche capito, sia pure con un certo ritardo dovuto a sopravvalutazione delle loro facoltà mentali, che i maschi, i nostri italianissimi uomini, in maggioranza, preferiscono le “femminucce”, donne che cadono senza apparente motivo, hanno paura di un sacco di cose, non sanno usare il trapano. In più, sono anche molto sensibili a tutti i tormentosi orpelli che la femmina “vera” dovrebbe adottare. Ma… chi se frega! Devo essere diversa da come sono per piacere a uno stordito? Non se ne parla, è un problema suo.