Donne con le spalle

di Patrizia Varetto

Negli anni Ottanta, quando le nostre madri ripiegavano in via definitiva sul twin-set color cammello e la gonna di vigogna, noi ci infilavamo in giacche con spalle da giocatore di rugby. 
Se penso a quei ruggenti anni, le giacche imbottite mi balzano alla memoria come se ne rappresentassero uno dei simboli. Ve le ricordate? Avete conservato almeno uno di quei cimeli rappresentativi della vostra femminilità lanciata verso la promozione? 
   
Il desiderio di affermazione che bruciava in molte di noi, impegnate in faticose carriere dentro palazzi di vetro abitati da gerarchi maschi, veniva interpretato dalla moda e dalle sue sensibilissime antenne con quelle imbottiture smisurate che ingigantivano spalle e busto, sbordando abbondantemente dall'anatomia e dando l'idea di alettoni anti-urto, nel caso qualcuno intendesse ostacolare la corsa. 
Una sproporzione che contribuiva a rendere fermo e meno ammiccante anche il nostro passo, dando alla falcata su passerelle e corridoi aziendali quell'aggressività che era considerata marcia in più, requisito per entrare nella milizia scelta delle “donne con le palle”, il corpo speciale a cui erano ammesse solo le più in gamba e le più spietate. 
Chi non le aveva, o  non “le tirava fuori” poteva accomodarsi o continuare a fare la segretaria. Perché questo era il mood, alla faccia del femminismo che in azienda non aveva presa o era comunque spesso smentito nei fatti proprio da chi lo evocava. Non esistevano look alternativi alle spalle imbottite in quegli spietati Ottanta. 
Quelle giacche ce le portavamo addosso come una scimmia. 
Erano di tessuto dai nomi fascinosi ed esotici, fresco di lana, gabardine, pelo cammello. Ho cercato di salvarne qualcuna, ma non si possono  riadattare tanto erano fuori misura: “non conviene”, dice la sarta scuotendo la testa gravemente. Già, non conviene.  Infiliamoci negli straccetti sintetici minimalisti che vanno forte, optiamo per uno stile più riposante, lo stesso delle nostre figlie. Mimetico e incolore, venduto in milioni di esemplari tutti uguali. 
Ma a volte, inutile negarlo, la scimmia si affaccia, mi guarda appollaiata su quelle spalle simbolo di affermazione e successo che riposano nel guardaroba. “E adesso? “ Sghignazza “Chi sei adesso?” Io faccio scorrere l'anta senza rispondere, restituendo al buio la mia vecchia uniforme. Al buio, non all'oblio. Non so rispondere a una domanda così tormentosa, ma mi consolo pensando che non rinnego niente, neppure quei simboli frivoli di un'epoca, quelle imbottiture che nascondevano spalle minute e fragili che comunque hanno tenuto duro.