La guerra dei call center

Ho iniziato rispondendo cortesemente che non ero interessata. Poi, in maniera ferma. Poi irritata.
A un certo punto, le chiamate (in particolar modo di una primaria compagnia telefonica) si sono intensificate fino ad arrivare a 5 al giorno, indifferenti a tutte le proteste. Allora ho cominciato a rispondere secondo le istruzioni del Garante della Privacy: mi dica come è entrata in possesso del mio numero e mi cancelli dalla sua lista. Lì è iniziata la pratica della menzogna: l’ho trovato sull’elenco (non ci sono), abbiamo il numero da quando era nostra abbonata (no, l’abbonato era mio marito), si iscriva al Registro delle Opposizioni (serve solo per coloro che sono sugli elenchi), la cancello (ma poi continuavano imperterriti).
Ho proceduto con la denuncia al Garante, ottenendo un nulla di fatto, come (quasi?) sempre succede quando si spera di essere tutelati dalle istituzioni.
Allora ho dato corso alla fantasia: “Lei è la signora X?” “No, la signora è fuori Europa per 6 mesi e mi ha lasciato la casa”. “No, la signora è venuta a mancare l’altro ieri”. “Ho appena cambiato contratto”. Perfettamente inutile.
Allora, pensando che una mancata risposta li avrebbe indotti a ritentare, ho installato una segreteria telefonica che rispondeva “call center, nessuno vi risponderà MAI!” L’ho tenuta un paio di mesi e le chiamate sono diminuite, ma non cessate.
Tutte queste strategie erano dettate dalla convinzione che i call center tenessero un comportamento coerente e conseguente: perché sprecare anche solo qualche secondo prezioso per comporre un numero che appare del tutto improduttivo? Non converrà cancellarlo?
Poi ho capito che cercare di contrastare i call center è come cercare di opporsi alla pioggia o al vento, o come tentare di spiegare al cane che continua ad abbaiare che il suo comportamento è controproducente soprattutto per lui; che attribuire loro la nostra stessa logica è sbagliato: la loro è imperscrutabile, è una logica di computer...
E allora mi sono affidata alla saggezza che vuole che si accettino gli eventi inevitabili, che ci si faccia una ragione dell’impossibilità di una vittoria dei nostri diritti. Ho smesso di comportarmi come se vivessi altrove.
Loro continuano a chiamare una o due volte al giorno. Ora mi limito a non rispondere, senza arrabbiarmi se vedo “numero privato”, se vado a dormire stacco il telefono e lo ignoro se squilla mentre sto sotto la doccia o a tavola.
Tanto se mi cerca qualcuno, può sempre chiamare sul cellulare... e l’Italia è il mio paese.