La lista del secchio

di Victoria Giallo

Il film del 2007 di Rob Reiner nella versione italiana reca il titolo Non è mai troppo tardi. Il titolo è un maldestro tentativo di tradurre l’intraducibile originale: The Bucket List, “la lista del secchio”. L’espressione, che si è imposta nella lingua inglese proprio a causa del film, crea un gioco di parole a partire da un’altra espressione, questa volta radicata nello slang tradizionale: to kick the bucket (dare un calcio al secchio) che significa “morire”.
I due protagonisti del film sono malati terminali, stanno cioè per dare il calcio al secchio. Per questo il saggio proletario Carter Chambers (Morgan Freeman) in ospedale ha cominciato a compilare “la lista del secchio”, ossia l’elenco delle cose che desidera fare prima di morire. Il nevrotico magnate Edward Cole (Jack Nicholson), che divide con lui la stanza di ospedale, finisce per essere contagiato dall’idea. Da lì prende avvio l’ultima avventura dei due protagonisti.
Di là dal film, dolceamaro ma godibile, grande prova di due grandi attori, ciò che mi ha colpita è proprio l’idea della lista del secchio. Non è necessario essere malati terminali, basta essere consapevoli di avere imboccato il viale del tramonto per fare un bilancio delle cose fatte e di quelle ancora da fare. Dei desideri soddisfatti e di quelli ancora da realizzare. Compilare la propria lista del secchio significa dichiarare i propri desideri. E i desideri sono un forza vitale molto potente, forse il motore stesso della vita. Dare un nome ai desideri significa dare slancio agli anni che abbiamo davanti. Per questo sul desktop del mio computer da un po’ di tempo c’è un file che si chiama “secchio”.