La passione amorosa

di Elisabetta Chicco Vitzizzai

La prima icona che mi viene in mente affrontando il tema della passione amorosa è quella della grande Anna Magnani ne La voce umana di Roberto Rossellini: 35 minuti di monologo in un intenso bianconero di stampo neorealista. Adattamento per il cinema del testo teatrale La voix humaine, che Jean Cocteau aveva scritto nel 1930. Sullo schermo soltanto una donna, sola nella sua camera da letto.
Una passione travolgente era nata tra il regista e l’attrice durante la lavorazione del film Roma, città aperta tra il 1945 e il 1946.
Quando Anna interpretò La voce umana era il 1947 e aveva 40 anni. Poco dopo la conclusione del film Rossellini la lasciò. Il film era forse una prefigurazione di ciò che sarebbe presto avvenuto o ciò che stava per accadere era già nel cuore di Rossellini? Chissà.
La squallida camera da letto, che si richiude attorno alla protagonista, è una metafora, quasi un equivalente oggettivo, dell’amore che la imprigiona. Tutto quello che resta di una vita incardinata sull’amore-passione per l’uomo con cui la donna parla al telefono. Uno scampolo
di vita, a cui Anna si aggrappa come si aggrappa alla cornetta del telefono. Lei sa che quando la telefonata avrà fine anche il suo amore dovrà finire. E per 35 minuti, quanto dura il film, parla, combatte, lotta per quell’amore che non vuole perdere anche a costo di umiliarsi, per quell’amore che è già un pallido fantasma come la larvata presenza-assenza dell’uomo all’altro capo del filo. Grida la sua gelosia, supplica, rinfaccia; sul suo volto e nella sua voce si alternano disperazione, paura, risentimento, tenerezza. Il rapporto con l’amante sembra ormai esistere soltanto in quel filo che la lega all’apparecchio telefonico: quella cornetta che stringe e accarezza come fosse il volto di lui, quel filo che si attorciglia intorno al collo come un cappio, sfiorata dall’idea del suicidio. Quel telefono è l’estrema reliquia oggettuale di un amore che Anna non vuole credere sia davvero finito.La macchina da presa indugia sulla faccia nuda dell’attrice per coglierne tutta la varietà di emozioni e restituirle alla cruda evidenza di un documentario sulla sofferenza d’amore di una donna. Su un amore che è diventato ossessione a furia di essere posto al centro della sua vita, dei suoi pensieri, della sua possibilità di essere felice. Si capisce guardando la sua figura goffa e trascurata nella veste da camera, la banalità purchessia della sua camera da letto, che è una di quelle donne che vivono solo per il loro Lui, nel pensiero fisso e quotidiano di fare tutto per Lui, di alzarsi la mattina, farsi carine, vestirsi eleganti per Lui. Compiacerlo in tutti i modi possibili, accoglierlo, giustificarlo, farsi tappetino per i suoi piedi.
Era un tipo di donna proprio di quel tempo: quella che credeva nel Grande Amore, nell’amore assoluto. Quella cioè che credeva nell’Amore Romantico, nato molto tempo prima, ma destinato a sopravvivere ancora per molto tempo dopo. L’amore che porta a instaurare un rapporto ossessivamente esclusivo con la persona su cui proiettiamo tutti i nostri bisogni di sicurezza, di realizzazione, di appagamento affettivo. Sogni e speranze di infinita felicità scambiati per reali possibilità. Poiché l’amore vero non è quel grande abbaglio creato dalla  tradizione narrativa (libri e film) dell’Occidente, quella grande illusione di eternità e felicità.
Non è amare la dea o il dio che si china su di noi, la persona meravigliosa che ci salverà, che colmerà tutte le nostre aspettative, che ricambierà nella stessa forza e misura il nostro sentimento. L’amore vero è molto più banale, molto più contrattuale, fatto di piccoli aggiustamenti quotidiani per continuare a sopportare, non troppo infelicemente, l’essere pieno di difetti che è il nostro Lui, che non è un dio, ma un estraneo (questa è la realtà) o uno che sovente si comporta da tale, perché non cerca di capirci o non ne è in grado. E che a volte ci delude perché non sembra ricambiare il nostro amore con la stessa intensità.
L’amore idealizzato, totalizzante, che ha rappresentato sovente il centro della vita delle donne è stato altrettanto sovente la loro sconfitta. Non avendo molte altre possibilità in cui impiegare i propri talenti, le donne di ieri hanno spessissimo fondato la loro realizzazione di sé sull’amore. Il proprio successo o il fallimento sono stati rispettivamente la conquista di un marito a tutti i costi o l’orrore dello zitellaggio.
Oggi però le donne si muovono in uno scenario più ampio e variegato: ci sono le “deluse” dall’amore romantico, rivelatosi inaffidabile e fonte di sofferenze, che tendono a inaridirsi in un modo consumistico e solo all’apparenza spregiudicato di “fare sesso”, come si usa dire. Molte altre, invece, indebolitasi o relativizzatasi l’idealizzazione dell’amore romantico, riconoscono la precarietà di ogni amore. Ma soprattutto è maturato qualcosa di fondamentale in molte donne: e cioè la consapevolezza che il centro della propria vita non va più messo fuori di sé; va trovato in se stesse e non in un altro essere e che quindi si può e si deve accettare che l’amore finisca senza farne una tragedia e sentirsi morire. Se si hanno più possibilità nel sociale, nel lavoro, l’amore diventa solo una della tante realizzazioni di sé. E anche l’essere sole non appare più come una condanna, se si impara a contare su se stesse e a non dipendere dall’uomo o a vedere nel matrimonio la sola garanzia di sicurezza.