Madamina il catalogo è questo

di Patrizia Varetto

Qualcuno sostiene che nelle collezioni di moda del 2050 le distinzioni uomo-donna, primavera-estate saranno superate.
Stiamo andando sparati verso il superamento di genere e verso materiali da comporre, scomporre, sovrapporre a seconda delle esigenze. Forse addirittura da scambiare, se la sharing economy si spingerà sino alla condivisione degli armadi.
Tornando al superamento dei generi, sfogliando le riviste sembra proprio che questa sia la tendenza: modelle sempre più androgine e modelli sempre più effeminati. Ma io non mi rassegno, e ogni volta che vedo le facce ambigue che mi guardano smorte dalle pagine patinate delle riviste, mi viene una grande tristezza. Sembra che li abbiano trascinati sul set fotografico a forza, dopo averli tenuti a pane e acqua per una settimana.
Per fortuna ci sono Dolce &Gabbana che mi risollevano il morale con le immagini di campagne pubblicitarie di gusto decisamente mediterraneo. Roba corposa. In particolare quella con il maschio latino in barca, costume bianco attillato, fisico da statua, pelle dorata dal sole. Lì la distinzione dei sessi è ben chiara. Son cose che fanno bene al cuore. Almeno al mio.
Perché non c'è niente da fare. Proprio non ce la faccio ad abituarmi all'idea del superamento di genere e di corpi rivestiti da abiti destrutturati, tra il shari indiano e il saio zen, confezionati con materiali tecnici, ignifughi, idrorepellenti.
So bene di non essere al passo con i tempi: sono rimasta affezionata ai vestiti ben fatti, alle giacche strutturate, a gonne e tacchi. Ai tessuti tradizionali che sulla pelle sono una carezza. Che ci posso fare?
Non mi è servito a niente osservare l'evoluzione di amiche progressiste che fluttuano dentro ampi maglioni, morbide braghe, ciocie rivestite di pelo d'agnello e sandali spartani. Loro sono fascinose anche così. Io no: forse non ho il fisico. Comunque sia, ho smesso di chiedermelo e continuo a vestirmi seguendo il mio gusto non newyorkese (e neppure milanese) da “madamina, il catalogo è questo”. Quando correre dietro ai tempi fa venire il fiatone, meglio lasciar perdere. E poi almeno una cosa l'ho capita: quello che conta è stare a proprio agio dentro il bozzolo che nel tempo abbiamo fatto nostro. Anche se sa un po' di naftalina.