Madri per sempre

di Norma Desmond

Nell’ultimo romanzo di Ann Tyler, Una spola di filo blu, a un certo punto la protagonista, Abby, chiede all’amica Ree: «Chi è che ha detto “Sarai felice come il tuo figlio meno felice?”». Le due amiche discutono, senza giungere a soluzione certa, se l’affermazione sia da attribuirsi a Socrate o a Michelle Obama. Poi, poco più sotto, Abby continua sull’argomento: «Ti svegli la mattina che stai bene, e poi a un tratto pensi: “C’è qualcosa che non va. Qualcosa è fuori posto da qualche parte; che cos’è?” E poi ti ricordi che è tuo figlio, quello triste».
Ogni tanto ci si imbatte in qualche verità, tanto profonda quanto banale, sconvolgente seppure risaputa. Che sia il pianto per il dentino che preme o per il ginocchio sbucciato; che sia l’espressione cupa per un fallimento nello sport, nello studio, nel lavoro; che sia un problema di cuore, nulla ci trova così vulnerabili come il dolore di un figlio. Dolore ma anche infelicità, senso di insoddisfazione o di sconfitta, incertezza esistenziale, di tutto siamo state testimoni impotenti, disposte a fare o dire qualsiasi cosa, a desiderare di prendere su di noi la sofferenza delle nostre creature.
Potenza della biologia, che privilegia l’istinto di conservazione della specie piuttosto che quella dell’individuo? Proiezione del noi nel futuro che loro, e solo loro, rappresentano? Difficile dare un nome e un senso a quella forza che ci ha rese “madri dentro”, madri nella nostra essenza profonda.
Così madri che, se qualcuno ci offrisse la pillola miracolosa per smettere di soffrire e palpitare per i figli, la rifiuteremmo sdegnate. Ricordate la canzone di De André da La buona novella? «Femmine un giorno e poi madri per sempre». Proprio così.