Meraviglia riflessa

di Norma Desmond

Nel quotidiano solcare la città, è raro che le sue bellezze ci colpiscano o anche semplicemente attraggano il nostro sguardo. Spesso passo nella via in cui sorge un famoso edificio e mi diverto a osservare le espressioni dei turisti che, quando giungono a vederlo, sgranano gli occhi e fanno la bocca a “O”. Allora mi giro e guardo anch’io l’edificio, cercando però di guardarlo con gli occhi della prima volta, con il pieno godimento di chi è venuto apposta fin lì per vederlo. Ma è solo un attimo. Poi tutto si ricompone nel paesaggio consueto, che non merita particolare attenzione.
Capita di ospitare un’amica straniera e di battere a tappeto la città nei suoi luoghi più ovvi e scontati ma che per l’amica non sono ovviamente tali. La cosa ci richiede sfoggio di competenze storiche (inizio o fine o metà XVII secolo?) e artistiche (chi è l’architetto?) che francamente non ci siamo mai curate di possedere. E che invece ostentiamo con una sicumera pari solo alla faccia tosta. Intanto l’ospite straniera non se ne accorge. Di più, se ne disinteressa, presa a fotografare balconi, lampioni, portoni. Disposta a lasciarsi sedurre da quella miriade di dettagli che non trovano più spazio nella nostra attenzione. E’ soltanto nel riflesso della sua meraviglia che, almeno per una breve parentesi, ritroviamo la nostra.