Prima di Chatwin

di Mimmi Biondo

Prima di Chatwin, ci sono stati due grandi viaggiatori che hanno raccontato il loro andare per il mondo: Robert Byron e Patrick Leigh Fermor. Entrambi liberi dalla necessità di doversi mantenere. Entrambi hanno fatto i loro viaggi più conosciuti negli anni ’30 del Novecento. Entrambi erano ecletticamente eruditi e amanti della Grecia.Entrambi inglesi.

Pressoché identiche le loro modalità di viaggio: spostarsi con ogni mezzo disponibile, fermarsi ospiti di ricchi residenti locali ma, in difetto, adattandosi alle condizioni più dure, dormendo all’addiaccio, anche sulla nuda terra.
Diverse, invece, le ispirazioni dei loro viaggi. Byron, spinto dall’interesse per l’architettura e per l’arte islamica, si spinse fino in Afghanistan e il suo viaggio è raccontato in La via dell’Oxiana, libro che Chatwin portò sempre con sé nei suoi viaggi. Robert Leigh Fermor, invece, alla conclusione degli studi, si inventò di andare a piedi dall’Olanda a Istanbul. Un’idea tanto bislacca quanto meravigliosa. Molti anni dopo, consultando i suoi appunti di viaggio, trascrisse le sue esperienze in tre volumi (l’ultimo incompleto). A differenza di Byron, che morì giovane, Fermor visse a lungo e a lungo viaggiò, stabilendosi poi in Grecia.
Gli antichi viaggiavano solo per finalità pratiche o religiose. Il viaggio di piacere e/o formativo è nato con il Grand Tour, ma su itinerari che presto divennero uno stereotipo, dato che tutti andavano a vedere più o meno le stesse cose e sapevano che cosa avrebbero trovato. Insomma, era già, per l’appunto, turismo.
Comunque, sia nel caso del viaggio degli antichi che in quello del Grand Tour, parliamo di mondi e culture molto lontani da noi, sicché leggere i molti resoconti non genera grande empatia.
Gli anni ’30, invece, erano già quasi il nostro mondo, l’epoca in cui i nostri nonni hanno vissuto il fiore dei loro anni. Ma il viaggio era ancora autentica scoperta, esplorazione, reciproca curiosità e fascinazione tra lo straniero e le popolazioni locali. Era un periodo in cui era giocoforza imparare qualche vocabolo delle lingue parlate nelle terre che si attraversavano, adeguarsi a usi e costumi del luogo. Adattarsi a risiedere presso qualcuno, perché nei posti remoti non c’erano strutture alberghiere.
A ogni curva, una scoperta, il cui piacere era aumentato dalla conoscenza degli infiniti passi di eserciti, re, santi, popoli, che avevano preceduto quelli del viaggiatore.
Questo era il grande gusto del viaggiare che si apprende da queste letture, immaginando di essere loro compagni di viaggio e di poterne condividere il faticoso piacere.
Letture che sollevano una domanda: si può avere un’infinita nostalgia per qualche cosa che, quasi, non esiste più e che si è sfiorato appena?