Intimamente bloomers. Il reggiseno

di Shisha

Quelle due semisfere che ci portiamo più o meno fieramente davanti sono soggette a non poche trasformazioni che riguardano la forma, le dimensioni, la consistenza. Un tempo erano due palline di caucciù che sfidavano arrogantemente le leggi della fisica e coprirle con un reggiseno era un vezzo, non una necessità. D'accordo: qualche fanciulla in fiore particolarmente rigogliosa ha dovuto presto fare i conti con una massa difficile da addomesticare, ma il risultato era sempre e comunque di bell'effetto. Un giorno, a sorpresa, abbiamo scoperto che, dopo la doccia, una piccola mezzaluna alla base delle tette rimaneva umida. Cioè, il contatto con il telo da bagno non era sufficiente. Bisognava "passarlo sotto". E' stato l'inizio della caduta degli Dei del nostro personale Olimpo. Quando, sconsolata, me ne sono lamentata con mio marito, con ragionevolezza tutta maschile lui mi ha risposto che si trattava di un problema connesso con la forza di gravità e che, avendo camminato sui piedi per un certo numero di decenni, avrei dovuto camminare sulle mani per un tempo corrispondente. Così tutto sarebbe tornato a posto. Il ragionamento non fa una piega. Ho preferito, tuttavia, optare per un piano B, consistente nell'iniziare a frequentare con minore superficialità il pianeta-reggiseno.

Mia madre si adeguava esteriormente all’immagine della donna imposta dall’epoca, ma, in realtà, non era mite, né, tanto meno, aggraziata: si inventava degli scherzi atroci, di cui, poi, rideva per mesi e prendeva in giro la gente, seppure con una certa classe. Forse per questo, già prima che facesse irruzione il ’68, non tolleravo i vestitini vezzosi e prendevo molto male le esortazioni a stare composta, a non fare giochi violenti, a non scalmanarmi, perché queste erano cose da maschiacci. Come! I maschi possono fare i giochi più divertenti e noi bambine, fermine e compostine, a giocare con le bambole, ad annoiarci? Mi sono anche resa subito conto che non era che io fossi un maschiaccio, ma che era proprio quell’idea di femminilità a essere sbagliata: infatti, tutte le bambine che venivano coinvolte nei miei giochi, tutte indubbiamente “femminucce”, si divertivano molto di più con me che a giocare con le bambole, tanto che io ero molto ricercata come compagna di scorrerie.

Fino a un certo punto, il push up ha fatto il suo sporco lavoro: vi ricordate il magico Wonderbra? E i cartelloni pubblicitari con  Adriana Karembeu che diceva "Non so cucinare. E allora?" (parentesi: ho fantasticato su un analogo cartellone con me, con il mio mediocre décolleté e una teglia di lasagne in mano con la scritta "Le mie tette non sono un granché. E allora?", così, giusto per provocazione).
Torniamo al tema. Il risultato era apprezzabile, anche se i ferretti conficcati nella carne ne facevano un capo da tortura medievale. Poi anche il push up ha cominciato a manifestare alcune criticità. Punto primo: la massa che il volenteroso cuscinetto di silicone spinge verso l'alto non collabora. Nel senso che, anche se così incoraggiata, conserva il turgore di un mocassino scamosciato. Punto secondo: la massa, dopo la metamorfosi da mozzarella di bufala campana a stracchino, sfugge si sottrae al ferreo (di nome e di fatto) controllo del reggiseno e una sua parte migra verso l'ascella. Situazione, questa, che impone un ripensamento. E comincia una ricerca, piuttosto frustrante, per la verità, del reggiseno ideale, quello capace di sostenere senza essere fatto in lega di titanio tipo donna bionica, di contenere senza comprimere, perché compressione implica fuoriuscita, di apparire ancora capo intimo e non apparecchio ortopedico.

Dalla mia situazione di terza misura, provo una punta di invidia per quelle che una volta si lamentavano delle loro due mezze palle da tennis e che adesso (ancora adesso) se ne vanno in giro con due triangolini minimali in morbido cotone. E sono vicina alle amiche che si trovano a gestire due cocomeri. Io sono alla ricerca di una soluzione. Ho persino provato i "cerotti", con un risultato esilarante.

Al momento, ho trovato un ragionevole compromesso in un reggiseno da sport (che però utilizzo anche nella vita normale) di Decathlon.

Non ha ferretti ma solo tessuto molto elastico e di graduata densità. E' molto confortevole (ma solo per l'inverno: troppo accollato per l'estate) e sostiene impeccabilmente. Peccato che il signor Decathlon lo produca solo in nero e fucsia, immettibili sotto un capo chiaro. A parte questa recente trouvaille, nebbia fitta. Chissà. Chissà se esiste una marca che ci ha preso le misure, a noi che siamo un mercato molto più affamato di quello delle adolescenti. Lancio un appello. C’è da qualche parte un ingegnoso produttore che "ci capisce" e che è disposto a smetterla di produrre reggiseni esclusivamente per seni che non hanno bisogno di essere retti? La mia amica madamina-per-bene dice che il problema si risolve salendo di gamma, che se non fossi così micragnosa avrei già trovato quello che fa per me tra le marche più prestigiose. Il fatto è che ho difficoltà a pagare un capo di lingerie quanto una Panda. Sono per l’intimo democratico, da infilare in lavatrice senza patemi. Ma forse (mi costa dirlo) ha ragione lei.In linea di massima, comunque, sono aperta a tutte le proposte, salvo una. La spallina trasparente, quella che si proclama invisibile e invece riluce sulla spalla come una strisciata di moccio. Quella, per favore, no.