Scene di tacchi da un matrimonio

di Shisha

Coraggio, ragazze! E’ quasi fatta. La stagione dei matrimoni volge al termine. Se ne riparlerà a settembre. Intanto facciamo il punto, la conta dei danni.

In buona sostanza, parliamo del nemico numero 1 di ogni evento mondano: il tacco. In altre situazioni, con estro e spavalderia, riusciamo a essere eleganti (o, quanto meno, chic) anche con le infradito. Ma qui non c’è via di scampo. Il dress code da matrimonio esige implacabilmente i tacchi, quelli veri. 
Due categorie sono al riparo. Le Zie hanno la licenza di calzare quelle specie di monoblocchi solidi come querce, con moncone di tacco che, appunto, pare un tronco di quercia, abbinate a calze corazzate antiproiettile. Le Nipoti esibiscono ballerine rasoterra, ma ci commuove vederle, per una volta, con un vestitino invece che con i soliti jeans sdruciti e persino pettinate. Sono così belle!
Noi non rientriamo nelle due categorie: non più, non ancora. Perciò arriviamo svettando impavide dall’alto di quei centimetri in più con la stessa sensazione di una che, abituata a guidare una Panda, si trova al volante di una Ferrari. Speriamo che i cuscinetti di silicone, ultima frontiera della ricerca del comfort su tacco, facciano il loro dovere.

Scendiamo dalla macchina e, con risultati incoraggianti, arriviamo davanti alla chiesa (o al municipio) per la prima delle imprese della giornata: l’attesa della sposa che, di norma, si protrae abbastanza da costituire un rito a sé. Saluti, baci, abbracci, presentazioni, strette di mano, riassunti dei fatti della vita a persone che non si vedevano dall’ultimo matrimonio ed educato ascolto delle loro narrazioni… fin qui, tutto relativamente bene. La deambulazione è limitata e le caviglie sono ancora abbastanza fresche da reggere l’anomalia della postura eretta su tacchi e i cuscinetti, in effetti, prolungano la nostra autonomia. Ma intanto quest’attesa consuma una parte consistente del nostro tempo di tolleranza. Quando, finalmente, la sposa arriva, ringraziamo mentalmente: per un po’ staremo sedute. Poi la cerimonia finisce e altre dure prove ci attendono. L’attesa con il riso stretto nel pugno è abbastanza breve, ma, a seguire, la via crucis delle fotografie è piuttosto impegnativa. Un parentado nutrito dà luogo a numerose formazioni e riassortimenti dei gruppi che posano. Cosa che richiede tempo, tempo in piedi, sui tacchi. Performance che continua al ristorante, per l’aperitivo.
Una volta l’aperitivo era un bicchiere, due noccioline e via. Adesso, è diventato un evento nell’evento. Una mezza dozzina di gazebo da fiera gastronomica paesana ammanniscono le più disparate categorie merceologiche di cibi, tutti buonissimi, mentre le conversazioni impazzano, si incrociano e, in virtù del crescente tasso alcolemico, si confondono. Tutto in piedi.

Quando finalmente ci accasciamo sulla sedia, al tavolo da pranzo, sentiamo di avere esaurito ogni capacità di resistenza. I piedi sono un po’ gonfiati, le caviglie dolgono. Alzarsi per andare al bagno richiede una determinazione titanica.
Poi tutto finisce, ma bisogna salutare tutti quanti con convenevoli adeguati. Alla fine usciamo leggermente malferme e claudicanti facendo affidamento sul braccio di un uomo. Che appare piuttosto sgualcito rispetto a com’era al mattino. Nodo della cravatta allentato, giacca stazzonata. E si lamenta delle maledette scarpe da cerimonia che, dice, sono più strette di uno stivaletto malese. Noi non abbiamo la forza di replicare. Usciamo dal ristorante come fosse la ritirata di Russia.Questa storia, come tutte le storie, ha una morale. Siamo vittime della nostra imprevidenza. Lo dico a voi e anche a me stessa: il guaio è che, finita la tenzone e archiviate le micidiali scarpe, ce ne dimentichiamo. Fino alla volta successiva. Invece bisognerebbe avere a mente il problema e, lontano dal tempo dell’emergenza cerimoniale, battere a tappeto tutta la città, provando centinaia di scarpe fino al reperimento di quella che promette di non farci i piedi a polpette. Una scarpa elegante e classica, non di moda, così non passa di moda, di un colore neutro e facilmente abbinabile, fatta con la sapienza calzaturiera che sa creare forme che non facciano a cazzotti con la fisiologia del piede umano. E, trovato un tale tesoro, bisogna conservarlo con cura. Un matrimonio può sempre capitare.