Vorticosi giri di Valzer

di Paolo Prato

A Vienna si diceva che l’imperatore Francesco avesse cominciato veramente a regnare soltanto dopo la morte di Strauss...
Alla fine dell'Ottocento Vienna impazziva sotto l’incantesimo di un ritmo che faceva girare la testa. Si calcola che un quarto dei viennesi trascorresse la sera ballando il valzer: cinquantamila persone distribuite in diversi giganteschi "palazzi di danza" che farebbero invidia a una mega-discoteca del riminese.  La capitale austriaca è sempre stata una città musicale e la passione per il ballo vi era radicata da tempo immemore. Da ogni angolo dell’Impero giungevano a Vienna le danze appartenenti ai diversi popoli che lo componevano: i Ländler tirolesi, le ciarde ungheresi, la mazurca e la polca di origine polacca e perfino il kolo dei montanari balcanici. L’avvento del valzer fu però un evento del tutto particolare. Per poter accogliere il nuovo ballo si dovette cambiare la fisionomia stessa della città. Vienna si apprestava a vivere una stagione di follie. Alcuni abili imprenditori eressero dei luoghi da favola in cui lusso ed eleganza erano disponibili per pochi scellini: lucidi parquet su cui scivolare senza sforzo, ristoranti ben riforniti e a buon prezzo per rifocillare chi si fosse stancato, luci e specchi di cristallo dall’imponenza regale, tutto era studiato per attrarre le classi medie degli impiegati e dei negozianti che fin da subito accorsero in massa.

Le feste d’inaugurazione erano avvenimenti a cui tutta la cittadinanza avrebbe voluto partecipare. All’apertura del Sophia il soffitto si aprì lasciando cadere una pioggia di rose sui clienti stupefatti. L’inaugurazione dell’Apollo (1808) fu la più spettacolare, con la presenza di cinquemila persone e molte altre rimaste fuori a protestare perché non c’era posto per tutti. Ventiquattro addetti alla cucina e alla cantina, dieci camerieri e quattro tagliatori di carne si occupavano dell’aspetto gastronomico. Statue greche e pini verdeggianti si alternavano lungo le pareti della sala circolare, di proporzioni armoniose, con le pareti azzurro pastello divise da pilastri ionici, ciascuno affiancato da due specchi. Sotto la cornice si celavano incavi coperti da lastre di vetro colorato illuminate dall’interno. Ognuna delle cento tavole aveva nel centro un candeliere, un delfino, una dea, o una vaschetta in rocaille da cui si alzava uno zampillo d’acqua. Nella sala da ballo l’orchestra era invisibile e per i ballerini spossati c’erano sale da biliardo, grotte artificiali, confetterie dipinte con paesaggi di montagna, salottini in cui cenare nell’intimità.

Il valzer era una danza di coppia e come tale interrompeva una lunga successione di danze collettive, tipiche sia della nobiltà sia del popolo. E poi, i gesti che la coppia compiva erano assai più naturali di quelli eseguiti, ad esempio, nel minuetto, l’ultima grande danza aristocratica spazzata via dal vento nuovo. Il minuetto esaltava la grazia di movimenti regali, lenti e regolati da una coreografia obbligata. Era una danza statica, che si eseguiva rimanendo praticamente fermi. Il valzer, al contrario, introdusse la velocità e il ritmo: i tempi stavano cambiando. La velocità della nuova danza era quella con cui la rivoluzione industriale avrebbe mutato l’esistenza di uomini e città. Lo stretto contatto dei due ballerini era lo stesso che avrebbe dato spessore al grande romanzo psicologico dell’Ottocento, con l’Io al centro e l’amore ovunque.

A dar forma sonora a tutto ciò furono soprattutto gli Strauss, padre e figlio. La loro fama arrivò presto in America, in cui toccò vette mai raggiunte nel vecchio continente. Durante la sua tournée negli Stati Uniti, era l'anno1872, Johann Strauss jr. venne accolto come una moderna pop star: travolto da giovani donne che gli chiedevano un autografo o una ciocca di capelli, assediato da reporter arroganti, angustiato da impresari che gli proponevano affari in ogni angolo del Paese. Il suo momento di gloria fu un concerto di proporzioni mastodontiche, eseguito davanti a una folla di centomila persone con ventimila musicisti diretti da cento vice-direttori, tutti alle sue dipendenze. Tra questi, racconta il musicista, "ovviamente riuscivo a distinguere solo i più vicini. Do il via, i miei cento aiutanti mi imitano come meglio possono e subito si scatena un frastuono infernale. Visto che i miei ventimila uomini hanno iniziato più o meno allo stesso tempo, concentro i miei sforzi su un unico obiettivo: fare in modo che concludano ugualmente più o meno allo stesso tempo...". E mentre in ventimila si affannano a eseguire nota per nota (più o meno…) Storielle del bosco viennese, Sangue viennese e Sul bel Danubio blu, i centomila presenti si avvinghiarono in una lunga maratona di danza a ritmo di tre quarti.

Era proprio quel volteggiare, richiamato dalla stessa parola valzer (che in tedesco significa ‘girare in tondo’), a procurare un’ebbrezza sconosciuta. Un’ebbrezza dai caratteri prettamente viennesi, che non scadeva mai nel volgare.