Diseducazione alimentare

di Rosanna Tabasso

Tutti sappiamo quanto il modo di alimentarsi sia condizionato dalla situazione sociale, non soltanto in termini economici, ma anche culturali.
A questo proposito, ripensando alla vita di noi Bloomers, ho fatto qualche considerazione, che ora vi propongo.
Forse non ce ne siamo mai rese conto, ma siamo nate pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, anni in cui finalmente, con la ripresa dell’economia, per gli italiani era possibile comprare liberamente cibo di ogni qualità. Non stupisce quindi che negli anni ’50, quelli della nostra infanzia, “sano” fosse sinonimo di “ben nutrito” e magari “cicciottello”.
sappiamo quanto il modo di alimentarsi sia condizionato dalla situazione sociale, non soltanto in termini economici, ma anche culturali.A questo proposito, ripensando alla vita di noi Bloomers, ho fatto qualche considerazione, che ora vi propongo.
Forse non ce ne siamo mai rese conto, ma siamo nate pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, anni in cui finalmente, con la ripresa dell’economia, per gli italiani era possibile comprare liberamente cibo di ogni qualità. Non stupisce quindi che negli anni ’50, quelli della nostra infanzia, “sano” fosse sinonimo di “ben nutrito” e magari “cicciottello”.

Nelle fabbriche e in agricoltura molti lavori erano ancora manuali e richiedevano forza muscolare “maschile”, col risultato che la maggioranza delle donne era relegata ai lavori domestici. Tra questi, insieme alla pulizia e al bucato, stava pure la preparazione di pranzo e cena, e purtroppo la cucina veniva trattata alla stregua delle altre attività di casa.
Quando, negli anni ’70, la nostra generazione è arrivata alla maturità e ha avuto l’opportunità di avere un lavoro e l’indipendenza economica, la prima mossa è stata di affidare i “lavori domestici” ad altri/e. Così, insieme ai panni da lavare, abbiamo demandato anche la nostra alimentazione: colf, mense aziendali, ristoranti, bar, pizzerie, industria alimentare, mamme e nonne. Poche tra noi si sono fermate a pensare che il cibo che mangiamo non sparisce, ma viene tutto trasformato da quel magnifico laboratorio chimico che è il nostro organismo. La scuola ci insegnava che il cibo viene digerito e assorbito e poi non se ne sapeva più nulla.

Negli anni ’80-‘90 si è iniziato a parlare di cucina, ma come hobby per appassionati, donne e (addirittura!), anche uomini. Finalmente negli ultimi anni si è posta l’attenzione sul cibo di tutti i giorni, quello che veramente forma il nostro corpo e da cui dipende la nostra salute.
La ricerca seria ha scoperto un mondo di cose sulle interazioni tra i cibi e le nostre cellule e queste informazioni possono diventare la base per il nostro agire quotidiano. Purtroppo ci sono arrivate le notizie più disparate, frutto di lavori scientifici non sempre condotti in modo corretto, ma che colpiscono l’attenzione dei media. E’ il momento di avere un orientamento chiaro sulle nozioni basilari, per essere in grado di orientarsi nel mare di informazioni. Ogni individuo deve essere in grado di cucinare alcuni piatti di base che siano salutari e sfiziosi, sapendo che cosa avviene dopo che questi vengono assorbiti. Solo così potrà avere la vera libertà di scelta, la scelta consapevole. Insegnamo a guidare un’auto, a usare un computer o a parlare una lingua straniera; perché non insegnare ad alimentarsi?
Dare valore al cibo non significa cercare gli alimenti più esotici o i piatti più elaborati, ma conoscere i meccanismi di base del nostro metabolismo, per approfittarne al meglio ogni giorno. Questo penso l’atteggiamento che anche noi Bloomers potremmo tenere, indipendentemente da quale sia la nostra filosofia di vita.