La sindrome del cuore infranto

di Anna Ledda

Se pensavamo che il crepacuore fosse una malattia “letteraria”, il letale esito di un cuore infranto per amore, dobbiamo ricrederci.
Lo dice la scienza, e in particolare l'American Medical Association, riferendo i dati di una ricerca inglese che ha preso in considerazione per sette anni un campione di persone appartenenti alla fascia di età compresa tra i 65 e gli 89 anni.
In particolare, la ricerca ha esaminato la condizione clinica delle persone rimaste vedove, rilevando che il rischio di morte raddoppiava nei 30 giorni successivi al lutto, per poi ristabilirsi su valori standard con il passare del tempo, nonostante la persistenza del dolore. Secondo altre ricerche, il rischio aumenta anche per individui sani il cui partner sia gravemente malato.
In senso tecnico, per la British Heart Foundation il cuore infranto è una sindrome a tutti gli effetti, la cardiomiopatia da stress che provoca un indebolimento del ventricolo sinistro. La sindrome, in Giappone chiamata takotsubo, dal nome dello strumento usato per catturare i polpi (il ventricolo assume questa forma), è per fortuna una condizione temporanea, che raramente conduce alla morte. A causarla può essere non solo un lutto ma un qualunque grave stress emotivo.
La malattia da cuore infranto va distinta dall'infarto nonostante i sintomi simili. Il cuore infranto si può manifestare anche in persone con le coronarie non ostruite. Esso dipende infatti da un'altra causa: la secrezione di ormoni, le catecolamine, inviate sotto forma di scarica dal sistema nervoso simpatico in risposta allo stress.