PET THERAPY: 
una terapia dolce basata
sulla relazione tra uomo e animale

di Maurizia Puggioni

Nel 1953 Boris Levinson, neuropsichiatra, si rese conto che la presenza del suo cane durante le sedute aveva effetti positivi nella relazione con bambini affetti da autismo. Il cane fungeva da “ausilio” tra lui e i bambini, favorendo una maggiore partecipazione attiva.
Si può quindi idealmente far risalire a quegli anni la nascita della Pet Therapy, disciplina che utilizza a fini terapeutici diverse specie di animali.

La Pet Therapy si è rivelata efficace in moltissime situazioni di disagio e/o malattia, e in particolare:

- quando servono mediatori nelle difficoltà dell’ambito relazionale nell’infanzia, fanciullezza e adolescenza,
nel disagio emozionale (autismo, disturbi dell’apprendimento e del linguaggio);

- in caso di difficoltà comportamentali e di adattamento socio-ambientale;

- in caso di malattia e/o disabilità che prevedano un programma di assistenza domiciliare integrata;

- quando occorra stimolare il recupero di alcune funzioni cognitive o il miglioramento di quelle residue
(memoria, attenzione, linguaggio, pensiero etc.);

- quando si intenda migliorare il recupero psico-motorio in caso di disabilità neuromotoria e/o psicomotoria offrendo stimoli al paziente;

- in alcune psicopatologie (disturbi di ansia e umore, psicosi, disturbi della personalità, dell’adattamento e post-traumatici).


La forma di Pet Therapy più nota e praticata è quella che utilizza i cani. Si tratta di una vera e propria disciplina cinofila che richiede una mole di lavoro imponente per l'animale e che è, a mio avviso, una delle attività più “coercitive” e più stressanti a cui si possano sottoporre alcuni cani.
Erroneamente si pensa che fare Pet Therapy significhi limitarsi a mettere in contatto la persona che soffre del disagio e il cane. In realtà non basta, occorre che si stabilisca una vera e propria relazione e soprattutto che al cane “piaccia”.
Ho visto troppi golden retriver, labrador, beagle letteralmente obbligati a fare Pet Therapy. Musi rassegnati o addirittura disgustati.
Al contrario, altre razze come i Pit Bull o gli Staffordshire Bull Terrier sarebbero adattissime a questa attività: adorano il contatto con gli umani e hanno una altissima soglia di tolleranza allo stress, ma sono considerati pericolosi e “difficili”senza reali motivi. Come in qualsiasi altra disciplina cinofila, anche la Pet Therapy deve sempre essere svolta rispettando le esigenze del cane. 
E’ fondamentale evitare di obbligare soggetti che non sono predisposti, anziché costringerli a ogni costo. 

 La mancanza di rispetto non consiste soltanto nel picchiare o nell’usare metodi/strumenti coercitivi, ma anche nell’usare forme di vero e proprio maltrattamento tanto più subdole quanto più appaiono “dolci” e “gentili”. 

Senza contare, inoltre, che i cani sono empatici e un animale costretto a subire un contatto non gradito non instaurerà con le persone quel rapporto “speciale” che dà alla Pet Therapy quel qualcosa in più rispetto ad altre terapie.


Per saperne di più:
Maurizia Puggioni  
349 261 24 20
italycoaching@gmail.com